Due parole

Di Annamaria Gozzi, autrice di Una bugia vera.

“Il dono più grande che io ho come autrice è quello di ricordare benissimo la mia infanzia e posso trattare questi argomenti potendo godere della mia intuizione infantile. Non ricorro al pensiero filosofico o analitico, perché sono convinta che le cose profonde, così dette “complicate” sono invece semplicissime”. Purtroppo queste parole non sono mie, sono tratte da una intervista a Jutta Richter, scrittrice geniale, Premio Andersen 2007. La sua scrittura è un faro, per me, ed avevo in mente questo suo pensiero nel raccontare Una bugia vera. Ho cercato il più possibile di seguire la mia intuizione infantile. Di quando, a pensarle, le cose più incredibili diventavano vere, o di quando cominciavi a raccontare qualcosa e le storie crescevano negli occhi di chi ascoltava. Mi sono ricordata quanto era difficile capire quel tumulto di tristezza e rabbia nel dividere l’affetto di qualcuno, soprattutto se quel qualcuno era la mamma.
È a questo che servono le storie, a tradurre ciò che è complicato e renderlo semplicissimo.
Edo, il protagonista di Una bugia vera, è geloso della sorellina più piccola, detesta il fatto che tutta l’attenzione sia su di lei, allo stesso tempo però sente il desiderio di entrare in quel nuovo circolo di affetto di cui ormai anche la sorellina fa parte, si sente addirittura in dovere di proteggerla. Ma come si fa a capire un garbuglio di sentimenti così contrastanti? Forse serve una bugia, nella sua valenza buona, quella che serve a crescere, perché il riuscire a raccontarla significa già incominciare a dare un nome alle cose. E la bugia è così credibile ed efficace che diventa qualcosa di vero che cresce e si trasforma. Imparare a mentire fa parte delle naturali tappe del crescere, le piccole disobbedienze ci fanno stupire di noi stessi, vanno a costruire ciò che diventeremo.
Inevitabilmente in questa storia c’è finito qualche cosa della mia infanzia. Quando sono nata, mio fratello era maggiore di me di soli 18 mesi, era ancora piccino e aveva una tremenda voglia di mamma, perciò mi rubava il ciuccio. Ho una foto di quell’epoca dove lui è accanto a me e tiene in mano il mio ciuccio ed è una prova schiacciante della sua gelosia che ancora oggi gli rinfaccio. Sono partita da quella foto a raccontare e il ricordo di essere stata a mia volta sorella maggiore di un altro fratello ha fatto il resto. I fratelli si amano e si detestano e in questa ambivalenza litigano, si cercano e si vogliono bene, questa è la “semplice” complessità di una breve storia per piccoli dove convivono amore, gelosia e paura. Emozioni che i bambini conoscono bene nella loro inaspettata capacità di comprensione sui grandi temi della vita. I bambini sanno fare buone domande: come è fatta una bugia? Come è fatta una paura?
Ho rubato dalla sapienza dei bambini queste due domande e le ho infilate nel libro, le risposte sono infinite. La grande poetessa Wislawa Szymborska, raccontava che la sua paura di bambina aveva forma di pozzanghera e quando ne vedeva una per strada stava bene attenta a non toccarla, era certa che le pozzanghere non avessero fondo perciò potevano inghiottirla, per sempre. Ognuno di noi ha risposte diverse e tutte, nella loro meravigliosa singolarità, sono giuste, basta godere della propria intuizione infantile.

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